Artisti

Richard Orlinski

Richard Orlinski, è un artista francese nato a Parigi nel 1966.

Il suo lavoro, è concepito intorno al concetto “Born Wild” in uno stile e con materiali contemporanei disponibili per un vasto pubblico, compresi i bambini.

Le sue creazioni agiscono sugli arcaismi. Le sue opere sono esposte sia alla FIAC sulle piste di Courchevel che in 90 gallerie in tutto il mondo. Dal 2011, è stato classificato nella Top 10 degli artisti francesi più venduti al mondo da Art Price.

Dagli immensi Wild Kong sulla Croisette, a Cannes, ai coccodrilli sotto il sole del Miami Design District, passando dall’orso di 5 metri sulle piste innevate di Courchevel, è impossibile non notare le opere uniche dello scultore Richard Orlinski. È nel 2004 che Richard Orlinski decide di consacrarsi interamente all’arte. Intriso di cultura pop, crea un universo colorato ispirato ad animali selvaggi e oggetti iconici che hanno segnato la loro generazione. Spinto dal desiderio di democratizzare l’arte rendendola accessibile ai più, Richard Orlinski è un appassionato che ha saputo liberarsi di numerosi ostacoli, superarsi per reinventarsi costantemente. Lontane dai diktat dell’ambiente dell’arte contemporanea, le sue opere parlano per lui. Lo scultore, che ama l’arte in tutte le sue forme, scardina i preconcetti e non esita ad abbattere le barriere tra le varie forme di espressione artistica.





Daniele Pilittu

Nato a Cagliari nel 1990, Daniele cresce in una famiglia amante dell’arte. Muove i primi passi seguito da suo fratello Riccardo anch’egli artista, scultore.

In contemporanea agli anni del liceo e oltre, prende parte ad alcune esposizioni artistiche in varie location della città di Cagliari e dell’hinterland.

Dopo anni di duro lavoro riesce con sacrificio a continuare il suo percorso artistico trasferendosi a Milano e iscrivendosi all’ Accademia di Belle arti di Brera.

Tra le sue prime mostre fuori dall’isola, “Io Sono Natura”, collettiva organizzata presso la galleria On Art a Firenze e la partecipazione all’iniziativa Bookcity di Milano.

La grafite è l’elemento cardine del suo stile pittorico, che si esprime tramite richiami alle correnti metafisiche e surrealiste.





Andrea Rossi

Andrea, diplomato prima all’istituto d’arte di Monza con indirizzo di Comunicazione Visiva e successivamente alla Nuova Accademia di Belle Arti in Milano con indirizzo di disegno grafico e pubblicitario, si potrebbe definire un comunicatore che, attraverso una varietà di mezzi, offre le sue osservazioni, idee e visioni sulla vita.

Presente nel suo lavoro è l’utilizzo di simboli e archetipi come pure la definizione di personaggi originali, che vanno a costituire il cast dei suoi ‘racconti visivi’. Reali e surreali tranche-de-vie emergono a testimonianza delle manifestazioni del carattere umano. Gli abitanti di questi paesaggi spesso operano in una dimensione fortemente narrativa.

Essere umani significa sperimentare una vasta gamma di emozioni, dal dramma alla gioia, dall’ansia alla tranquillità. Per descriverle, il giovane artista crea una iconografia sincera e diretta.

Nel gruppo di opere presentate, Rossi riflette su un tema attuale: la società 2.0, ovvero influenza dei social media e comportamenti derivati, partendo dall’analisi di un desiderio intrinseco dell’uomo, quello dell’essere in grado di comunicare con la totalità dei propri simili. I lavori di Andrea sono stati esposti in vari paesi, tra cui Germania, Italia, Gran Ducato del Lussemburgo, il Regno Unito e gli USA.





Babak Monazzami

Sin da piccolo ha iniziato a disegnare alberi sui muri di casa. Forte e di grande rispetto il legame con la natura, così come insegna la sua religione: difendere l’ambiente e i diritti umani è per lui un dovere, come dice il mitraismo.

Olio e matita su tela le tecniche delle sue opere esposte nella zona di Nordrhein-Westfalen, in Germania. Appassionato delle culture internazionali: Africa, Asia, Medio Oriente sono rappresentati attraverso i volti di monaci buddisti, di pastori Zulù, di donne marocchine e persiane. E poi numerose tele in cui sono immortalati cavalli, per lui simbolo di libertà imprigionata.

La sua passione per la fotografia surrealista lo porta ad affrontare tematiche politiche e umanitarie. “… In quest’opera sta dimostrando il danno quotidiano degli esseri umani all’ambiente; l’essenza della donna è quella della madre terra, prigioniera in lacrime per la perdita dei suoi figli uccisi da esseri umani privi di morale …”, scrive così della sua foto Madre terra in prigione il Xoow Magazine, in Spagna.

Eclettico e poliedrico, si avvicina all’arte nelle sue diverse espressioni. Nel suo curriculum artistico sono presenti anche video musicali e cortometraggi, sempre su tematiche culturali e sui diritti dell’ambiente e degli animali.

É stato regista di programmi televisivi e teatrali, presentatore tv e stylist per programmi di moda.





Diego Mora

Diego Morra, classe 1994, è un fotografo e graphic designer.

La fotografia e il graphic design sono da sempre le sue più grandi passioni. Dopo essersi diplomato in Grafica Pubblicitaria nel 2015 inizia poi gli studi al Politecnico di Milano, laureandosi nel 2018 in Design della Comunicazione.

Nel 2016 inizia, assieme ad alcuni amici, ad esplorare e fotografare alcune strutture abbandonate nella provincia di Milano. Il fascino di questi luoghi e la bellezza che nascondono al loro interno li hanno spinto a continuare questa esperienza portandoli, nei tre anni successivi, a trovare ed esplorare quasi 50 tra manicomi, ville d’epoca, chiese, colonie e fabbriche industriali.

La maggior parte delle sue fotografie nasce proprio in quel periodo, tra viaggi infiniti, stanze buie, soffitti collassali e memorie di altri tempi. Definisce il suo stile fotografico come un mix tra il reportage, ritratto e la fotografia d’architettura, una ricerca dell’equilibrio perfetto tra soggetto e ambiente, una sorta di ritratto ambientale.





Lucia Dibi

Sono nata a Milano, mi sono diplomata all’ Accademia di Belle Arti di Brera in Pittura e in seguito laureata in Nuove Tecnologie dell’ Arte, dove ho avuto l’ opportunità di incontrare dei grandi maestri e di discutere la tesi con Franco “Bifo” Berardi.

Ho sempre lavorato utilizzando la mia espressivita’ come illustratrice e decoratrice di interni e ora, attraverso materiali e tecniche “non convenzionali”, esprimo e realizzo la mia ricerca artistica.

Le nuove tecnologie, introdotte nel nuovo millennio soprattutto dall’uso quotidiano del computer, hanno dato vita ad una multimedialità digitale che hanno modificato il mio scenario percettivo, estetico e artistico

L’arte per me è una continua ricerca sullo sguardo e proprio attraverso la tecnologia digitale e alla sua estrema manipolabilità, cerco di creare un frammento di reale che abbia un senso, un suo silenzio, strappato al contesto di quello che ci circonda.

E’ la città e la sua quotidiana casuale banalità ad attrarmi; cerco di fissare questi frammenti di storia urbana in file digitali con la fotografia; inizio poi un processo di semplificazione riducendo il tutto anche a poche linee, che rimanipolo pittoricamente utilizzando colori acrilici primari e secondari

A volte ci inserisco le icone religiose (che mi accompagnano da lungo tempo nel mio lavoro di illustratrice) ma in questo caso cerco una sospensione nel loro modo di abitare lo spazio appunto decontestualizzato, per creare nuovi spunti, nuove visioni e nuove relazioni, per cercare di ridefinire la realtà nella sua complessità.





Yulia Kompaniets

Figlia d’arte, nel 2000 completa un Master in Ecologia e nel 2014 si diploma come fashion designer presso l’Istituto Marangoni Fashion School a Milano. Da sempre appassionata di arte, la fotografia rimane in questi anni il suo interesse principale, anche in relazione all’attività del padre che lavora come fotogiornalista a Mosca.

Yulia inizia la sua carriera di fotografa all’età di trent’anni, sperimentando sia tecniche di stampa tradizionali sia contemporanei metodi digitali, che a volte unisce in nuove soluzioni.

A Mosca collabora con diversi artisti e performers. Dal lavoro con il progetto Loft in the red zone e con il gruppo newyorkese Air hit agency, Yulia inizia la sua collezione EMOTIONS. REFLECTION. INSIDE.

Il progetto, che consiste in una serie di opere astratte, vuole rappresentare i cambiamenti distruttivi che subiamo vivendo in un mondo di paure. Queste forme suggeriscono l’ambiguità del genere: una persona senza sesso che potrebbe essere chiunque, una donna o un uomo.

Yulia scatta delle immagini che poi modifica con sovrapposizioni di strati di ferro arrugginito. Inoltre, sceglie come materiale e linguaggio espressivo, un plexiglass trasparente in bianco e nero per mostrare l’illusorio, frenetico, mutevole mondo che abbiamo costruito.

Yulia dice: “Osservo l’evolversi e la distruzione del corpo dell’attore come un riflesso nella carta metallica, mentre lui danza, salta, cade a terra, strappa i suoi jeans in pezzi, versa acqua e canta e grida. È un momento molto dinamico e intenso. Questo riflesso è come uno specchio che ha appena portato in superficie tutte le emozioni e le agitazioni; come un taglio nel corpo che ha aperto per noi il mondo interiore nascosto di un uomo sicuro, forte e sano. I suoi fragili sentimenti, i suoi problemi, la sua vulnerabilità, timidezza ed incertezza vengono messi a nudo. È come un urlo, ma senza suono, che distrugge un muro metallico e ci offre l’opportunità di guardare dentro. Il silenzio di ascoltarsi. Vuoto ed eccesso. Contraddizioni. Assenza. Infine, solo in questo silenzio assordante è possibile ascoltare, sentire, imparare.”





Gabriel Ortega

L’artista e’ nato in Medellín nel 1969, sotto l’influenza della cultura del comico. Questo interesse lo porta a cominciare i suoi studi nel progetto scolastico artistico in Medellin e poi in Valencia, Spagna dove ha studiato Belle arti. Attualmente vive e lavora in Italia.

Le opere di Ortega combinano la pittura con la scultura, in tal modo che ogni pezzo rappresenta un piccolo scenario in cui i supereroi hanno affidato a qualsiasi missione o sono presentato come figure carismatiche. L’uso di Tintin, il personaggio principale delle opere di Ortega, è inteso per mostrare

le connotazioni iconiche del protagonista. Queste caratteristiche sono determinate da quello che si presenta il carattere, i suoi valori morali e la loro determinazione incrollabile a effettuare la sua missione. Dunque, quando Tintin incarna un supereroe o un Santo, è inteso per indicare che la missione è in buone mani.

Nei suoi vent’anni di carriera professionale intensa, Ortega ha avuto più di ottanta mostre nell’Europa, l’Asia, l’America del Nord e l’America del Sud, come la Sala degli affreschi di Le Sibille di Raffaello in Chiostro di Bramante, Edificio Intelligente in Medellín EEPP; Artista di Ospite, 21esima Mostra Internazionale di Comici in Barcellona, la Spagna; Parata di Vacca in Barcellona, Museo d’Acqua.





Eve Letizia

Nata a San Pietroburgo, Russia, Evgenia e’ laureata designer di paesaggio e un architetto. Comunque la sua passione vera era’ sempre a dipingere e l’impressionismo il campo dove poteva meglio esprimere la sua creatività. Il suo stile è unico nel modo che prende la luce, la sua sensibilità per colore e il suo apprezzamento di natura. Evgenia si è sviluppata come un artista grazie ai numerosi clienti internazionali e ha venduto i suoi lavori in tutto il mondo. Evgenia vive in Milano con il suo marito Charles e il figlio Daniel.






Davide Genna

Come artista e pensatore di pittura Davide Genna inizia ufficialmente nel 2010 la propria carriera con una tecnica riconoscibile e legata all’esperienza. La serie di lavori presentata nella personale “Il grande posacenere”

caratterizzata dall’utilizzo del filtri di carta – vettori simbolici accumulati su tavola, originariamente nati con lo scopo di filtrare, definiti gesto oggettuale – convergono in una tecnica che è stata sviluppata per alcuni anni in chiave minimalista, valorizzando all’estremo il materiale come nelle “Nature morte” composte da filtri di sigaretta bianchi, o in versione figurativa, i ritratti mosaicati a rilievo evocanti la densità e lo spessore della pittura.

Dopo i primi anni di esperienze artistiche da autodidatta nel 2011 decide di frequentare l’accademia delle belle arti di Brera e in particolare i corsi di pittura di Alberto Garutti e scultura di Gianni Caravaggio. I corsi caratterizzati da una spiccato allenamento nella critica di gruppo e da uno studio e approfondimento pratico dei processi di scultura poveristi modificano l’approccio tecnico intellettuale della ricerca che si inoltra in terreni formalmente differenti aprendosi a nuove tecniche e nuove sperimentazioni. Materiali poveri e carta si trasformano nello spazio assieme a un nuovo senso dell’allestimento, influenzato dai quasi due anni di scultura.

Nel 2014 il trasferimento a Londra segna il passaggio a una nuova dimensione. Stimolato dalla città e dalla sua vocazione realmente internazionale, emerge in tutta la sua complessità una esigenza figurativa. I contenuti dei lavori post poveristici alimentano la composizione di nuovi e grandi ritratti nei quali la figura umana è realizzata accumulando volti di donna capovolti. Le dinamiche poetiche mutano in rapporto ai cambiamenti della vita e a queste si aggiunge la sperimentazione legata a un altro vettore questa volta formale: il triangolo.

Elemento chiave della nuova psicologia analitica, nel 2016 per il Genna il triangolo, sempre di carta e in rapporto a materiali atipici come l’acciaio e i tessuti da ombrellone da mare, giunge a quello che è stato definito l’affresco removibile, ovvero una idea di affresco legata alla mobilità delle persone nella contemporaneità. Frammenti triangolari di vari materiali, carta tessuti e acciaio, assemblati secondo geometrie, cromie ed equilibri surreali compongono l’idea di affresco sviluppata dall’autore in questi ultimi anni. Nel 2017 e nel 2018 nel corso di due viaggi è stata intrapresa, in rapporto alle tecniche fin qui sviluppate, una nuova ricerca legata alla cultura cinese.





Alberto Alicata

Alberto, nato a Palermo nel 1983, ha studiato presso il Centro Romano di Fotografia e Cine- ma di Roma. Adesso vive in Sicilia, ma lavora come fotografo di moda, street style e fo- tografia d’arte contemporanea in tutta Italia.

Le sue fotografie sono state pubblicate in tutto il mondo in magazines come Wired, TheGuardian, Telegraph, L’Oeil De La Photographie, In- ternazionale e le sue opere sono state esposte in Italia, Inghilterra, Germania, Francia, Slo- vacchia e Cina.

Nel 2015 è stato scelto, tra i 10 studenti di fotografia più interessanti, dal Museo Nazionale del XXI Secolo, per una Masterclass con il fotografo internazionale Mustafa Sabbagh.

Ha vinto e ricevuto premi da numerosi concorsi internazionali, tra i quali,nel 2016, il prestigioso Sony World Photography Awards, con il progetto Iconic B.

ICONIC B

In questo progetto, Alberto Alicata, ripercorre la storia della fotografa, delle immagini iconiche realizzate dai grandi maestri, ricorrendo all’utilizzo di uno dei simboli della cultura occidentale contemporanea: la Barbie.

Irving Penn, Richard Avedon, Guy Bourdin, David Lachapelle, Mario Testino sono alcuni dei nomi cui Alicata rende omaggio, studiando minuziosamente gli scatti prescelti e ricreando un set a misura di Barbie che rifetta con dovizia di particolari ai limiti della precisione osses- siva, l’originale da cui trae ispirazione, per rafforzarne l’autenticità e la forza di immagini senza tempo, oramai entrate a far parte della nostra memoria visiva e destinate ad essere sempre attuali.

L’intuizione giocosa di operare questa simulazione, utilizzando uno dei simboli più imitati, idolatrati, collezionati e studiati che si rinnova in ogni periodo storico, colloca questa pro- duzione in una dimensione in divenire, destinata ad arricchirsi di nuove immagini, ulteriori possibilità di citazione ed inaspettate suggestioni.





Zizi Smail

Il fascino e allo stesso tempo l’inquietudine che avvertiva nei confronti della materia plastica, ha caratterizzato tutti i suoi anni di studi, dapprima presso la Scuola d’ Arte di Algeri, a tal punto che quando decisi di frequentare l’ Accademia di Belle Arti li battei ed ottenni che venisse creata per la prima volta la facoltà di Scultura (l’ Accademia di Belle Arti di Algeri non prevedeva tra i suoi studi la cattedra di scultura). «Il primo anno ero solo con un insegnante polacco, il secondo eravamo in quattro allievi, e col tempo arrivammo ad essere un gruppo abbastanza sostenuto, molto attivo ed impegnato.

Lavoravamo molto, potevamo modellare , imparare le tecniche della formatura in gesso e quelle per la fusione del bronzo.Avevamo insegnanti competenti ma sentivo che non era tutto lì, mi mancava ancora qualcosa e non capivo cosa fosse. Ottenni una borsa di studio e venni a Carrara, quando per la prima volta conobbi il marmo, capii cosa volevo.»

Il marmo li dava quello che cercava, li coinvolgeva emotivamente e fisicamente, trasformava le idee che prima fermavo nella creta, traduceva i suoi sentimenti e li materializzava, li rivelava i suoi segreti e li faceva soffrire nell’ apprenderli. «Seppure lo temessi, ho imparato ad amarlo e rispettarlo, ad assecondarlo nella sua propria natura per poter ottenere da esso il massimo delle sue prestazioni.

Ed è con questa “religiosità” che ancora oggi mi avvicino a questa materia: quando la scelgo, quando la taglio; e nel momento in cui la figura comincia a formarsi è come se tra noi ci fosse un patto che mi porterà fino al compimento dell’ Opera… ed oltre.»





Fabio Maestrelli

Diplomato all’istituto statale d’Arte “F.Palma” di Massa nel 1996 Nel 1998 collabora alla costituzione dell’Associazione culturale d’arte “Gruppo Tarlà 98” con sede a Massa, di cui è socio fondatore. Dal 1998 al 2000 collabora con l’artista carrarino Nardo Dunchi alla realizzazione di una scultura (h 4,00)ora collocata nella Foresta dei Mille Poeti a Nèris les Bains in Francia Dal 1999 al 2001

collabora con il pittore e ceramista Marino Collecchia Diplomato all’Accademia di belle Arti di Carrara sezione scultura nel Febbraio 2004 2005 termina con successo il corso di formazione organizzato dalla Provincia di Lucca, dal Comune di Pietrasanta e dall’agenzia di formazione Imago Ficta sulla preparazione di artigiano specializzato nella lavorazione artistica del bronzo presso la Fonderia d’arte Da Patro di Pietrasanta. 2007 collabora alla costituzione dell’Associazione culturale d’Arte “Le Falene” con sede a Massa di cui è socio fondatore.

Attualmente lavora presso la fonderia artistica Da Prato di Pietrasanta (Lucca). Collabora con artisti e associazioni per sviluppo di progetti con tema artistico culturale.

Le sculture in bronzo e in alpacca che, nelle loro forme sottili, sono nate dall’immaginario dell’artista come richiami alle sezioni dello scheletro umano, per approdare poi, nella loro forma astratta, ad uno spazio destinato alla libera interpretazione.

Niente è lasciato al caso e la cura del dettaglio ci riporta alla scuola del suo maestro Nardo Dunchi, importante artista che ha vissuto e scritto un pezzo di storia del XX secolo e che lo ha influenzato nella tecnica e nella visione estetica.





Walter Bartolucci

Walter Bartolucci è nativo di Pietrasanta.

La sua formazione artistica inizia con gli studi, prima frequentando l’Istituto d’Arte cittadino nella sezione Decorazione Plastica, proseguendo poi all’Accademia di Belle Arti di Carrara nella sezione di scultura.

Contestualmente agli studi accademici, nel periodo estivo, frequenta lo studio-atelier del scultore professore Rino Giannini a Pietrasanta dove approfondisce lo studio della tecnica della lavorazione scultorea del marmo.

Dopo una prima fase di esperienze lavorative negli studi di scultura di Pietrasanta, attualmente lavora in una fonderia artistica cittadina come rifinitore in officina. Da qualche anno condivide con un amico uno studio-atelier artistico dove ha modo di poter esprimere al meglio la propria creatività.

Il materiale che predilige nella realizzazione delle proprie opere è la creta, in particular modo la raku, che gli consente di esprimere la propria poetica in modo più estemporaneo. Questo materiale gli consente di esprimersi al meglio dando importanza alla gestualità mantenendo inalterata la freschezza del modellato. La terracotta, nella maggior parte dei casi, viene poi patinata, o a freddo con colori acrilici o smaltata o a craclè. Le sculture realizzate in marmo appartengono alla fase iniziale del suo percorso artistico; non mancano nemmeno esemplari fusi in bronzo.





Giacomo Bonazza

Giacomo Bonazza è un giovane scultore pietrasantino, nato a Pietrasanta il 21/09/1994, fin da tenera età mostra una predisposizione per il disegno e un forte interesse per l’arte, seguendo così le impronte del padre che a sua volta discreto pittore, copista e appassionato di storia dell’arte provvede ad alimentare tale interesse del figlio provvedendo lui stesso all’insegnamento delle basi del disegno. Si iscrive così al Liceo artistico di Carrara dove coltiva questo suo interesse sempre più crescente per la scultura che poi diventerà una vera e propria aspirazione dopo avere lavorato all’età di sedici anni presso lo studio di “ Giorgi Marcello”,

molto stimato sia come artigiano che come artista a Pietrasanta e non solo, il quale provvede ad insegnare al giovane ragazzo le basi della scultura e del modellato. L’anno dopo ha la possibilità di imparare la lavorazione del marmo presso lo studio di “Franco Cervietti”, l’anno dopo finisce il liceo e si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Carrara che frequenta per due anni. Frequenta solo due anni poi abbandona l’accademia e comincia a lavorare presso vari laboratori sia di scultura che di intarsi di Pietrasanta e di Carrara, inizialmente come apprendista e poi come artigiano dove tutt’ora lavora.

Le sue opere sono prevalentemente realizzate in marmo con l’utilizzo di svariati stili anche molto diversi tra loro che l’autore usa per elaborare al meglio i concetti espressi attraverso le sue opere o come semplice mezzo di ricerca espressiva. Lo stile delle opere esposte nella collettiva della galleria PA.NOVA Gallery appartengono ad uno stile che verte su queste tre parole: “Eclettismo”, “Minimalismo”, “Barocco”.

All’interno di questo stile riesce a coniugare, in maniera se pur eclettica (data la natura differente degli stili ma comunque in maniera estremamente organica e coerente) un segno lineare pulito, estremamente sintetico e minimalista ad una espressività barocca che anima le opere attraverso due aspetti strettamente legati a tale linguaggio: “la Curva” e “il Virtuosismo”.

La curva, il ricciolo o capriccio come lo si voglia chiamare è alla base di questo stile che gioca tutto sulla ricerca della forma, sui pieni e sui vuoti, sul passaggio lineare dei diversi piani, sui passaggi tra luci ed ombre ed infine (arrivando così alla seconda parola), da una manualità virtuosistica ed artigianale espressa attraverso una straordinaria sottigliezza a cui riesce a portare le forme denotando così un ottima padronanza sia di tecnica che di capacità espressiva attraverso il marmo.





Roberto Giansanti

Il suo lavoro nasce da una ricerca interiore che indaga lo stretto legame che intercorre tra l’essere umano, la musica e la natura. Questa ricerca ha inizio durante un approfondimento sulla mitologia durante la preparazione della mostra “Il Mito Vivo” del 2005;

nello stesso periodo per motivi di lavoro si trasferii in Trentino, località in cui non ha potuto per un lungo periodo fare a meno di stare a stretto contatto con la natura, conoscerla, rispettarla e ascoltarla. E’ proprio in questo periodo che nasce l’esigenza di lavorare e realizzare sculture con materiali che implicassero la presenza della natura stessa con rami, cortecce e foglie. Questi elementi hanno acquisito un ruolo fondamentale, diventando la struttura, la nervatura di tutta l’opera. In questa è costantemente presente la figura umana, concepita quasi sempre di piccole dimensioni rispetto al resto per evidenziare la grandezza della Natura e della vita. «Ho imparato ad ascoltare la natura, chi ama passeggiare in montagna capisce cosa voglio dire: non si può fare a meno di ascoltare il suono della natura: il vento, i ruscelli, le foglie, un ramo che si spezza. La forza di questo suono è entrato prepotentemente nella mia poetica artistica, creando quello che definisco il connubio tra uomo, musica e natura: nasce da questi elementi la produzione artistica di questi ultimi 10 anni che vede un continuo dialogo tra l’elemento naturale e la figura umana in un altalenarsi di importanza, là dove l’una irrompe sull’altra e viceversa.»

L’opera Arpa, è il bozzetto di un’opera site specific realizzata per la mostra “M.A.N. melodia arte e natura” all’interno dell’Orto Botanico di Lucca. Questa grande arpa rappresenta la struttura architettonica di una città che lega e che vuole trattenere a sé una figura umana intenta a fuggire districandosi dai fili della routine quotidiana, con lo sguardo fisso rivolto verso l’orizzonte ovvero verso le piante del giardino.





Anton Parfenov

Anton Parfenov e’ nato nel 1985 nei monti Urali nell’ URSS. Ha speso l’infanzia e la gioventù tra l’Ucraina e l’Italia. Si trasferisce poi in Italia più tardi per lavorare nell’ industria della moda.

Secondo l’autore, ha cominciato a essere impegnato in attività artistica improvvisamente per se stesso: «È avvenuto improvvisamente,

sotto l’influenza del mondo lucente della moda, il mio viaggiare, conoscere le culture di quei paesi in chi sono stato, nato e in cui attualmente vivo. L’ispirazione mi ha assorbito come un’onda – ho cominciato a dipingere quadri sebbene non abbia istruzione artistica professionale».

Il nuovo ciclo di lavori di Anton Parfyonov «Sempre mi sono fidato» («il PROGRAMMA EDUCATIVO») è una serie di collage, talee da riviste patinate e grafica bianca nera dell’artista.

La chiarezza di linee, l’architettura irreprensibile del disegno nero-e-bianco è tagliata nel mondo delle parole di ritaglio, gli slogan, i quadri patinati lucenti che si riuniscono in immagini anonime disgustose del presente. Le riviste diventano non solo lo strumento tecnico, ma prima di tutto, l’essere vivente, la voce, l’intelligenza collettiva oscurata da iPhone, l’Internet e media che hanno afferrato con destrezza la vita della gente nel mondo moderno e l’hanno assorbito.





Gabriele Mosti

Gabriele Mosti, nato a Massa (MS) il 9 aprile 1987, compie gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara (MS) sotto la guida del professor Franco M. Franchi, diplomandosi con il massimo dei voti nell’anno accademico 2015/2016.

Ha partecipato a varie mostre tra le quali si segnalano:

  • Collettiva InFormAzione, Galleria d’Arte Badini, Cecina (LI), 2014;

  • Concorso Sorveglianza e Democrazia in Europa, promosso dall’European University Institute e sponsorizzato dall’Accademia delle Arti del Disegno, Villa Salviati, Firenze (FI), 2015 [con Menzione e Premio Speciale per l’opera Cirri Eterea (bozzetto)];
  • Concorso XXIII Premio internazionale di Scultura “E. Mannucci”, Arcevia, (AN), 2016;
  • Collettiva Connection, Onart Gallery, Firenze (FI), 2018.

Ha realizzato anche diverse opere pubbliche:

  • Antartide, in marmo di Carrara, inserita nel complesso marmoreo nel giardino della rocca dei Bentivoglio, Bazzano (BO) 2014;
  • Fauna, in Travertino romano, Civitella d’Arna, (PG), 2014;
  • Etrusca, in marmo calacatta della Gherardesca, Bibbona, (LI), 2015.

Affondando le radici nel multimaterialismo utilizzato nella statuaria crisoelefantina greca, l’artista ne ricerca, attraverso il proprio lavoro, una reinterpretazione più attuale, più contemporanea: sottrarre l’impiego del metallo prezioso, lasciare a nudo la struttura lignea, ricavata da materiale povero (pallet e casse) e unita a ferro e/o acciaio, al fine di attribuirle una valenza plastica non limitata a mero supporto strutturale. L’unione di questi elementi con il cemento, ma più spesso con la terracotta, è tesa alla ricerca di un equilibrio organico che doni omogeneità ai vari materiali per giungere ad un’unica singolarità.

L’utilizzo di materiale di recupero sottolinea una riqualificazione della materia: inserire parti di sedie, porte, finestre, etc., vuole simboleggiare il trasmutare di un prodotto seriale e industriale, che arrivato alla “fine” del proprio impiego quotidiano si avvale della creatività per diventare un anello di congiunzione tra l’opera e lo spettatore.

La scelta della terracotta, uno dei materiali più utilizzati nel tempo, è dovuta al legame intrinseco che essa ha con la storia dell’uomo sin dai suoi albori, quasi a custodia e sigillo della sua evoluzione.

Assemblando tra di loro i vari materiali, sui riferimenti dell’opera della newyorkese Louise Nevelson e del concetto “vuoto-pieno” della antica pittura cinese, si creano spazi che fanno affiorare il nucleo stesso dell’opera e si determinano nuove forme da sviluppare.

Le sculture sviluppate dall’artista hanno come particolarità una forma abbozzata e incerta, la quale, specchiandosi nell’insicurezza del vivere in un mondo contemporaneo “liquido”, per citare il pensiero di Zygmunt Bauman, coglie l’insegnamento dell’espressionismo e, soprattutto, del realismo esistenziale della metà del ‘900, con l’individuo che si colloca al centro del suo essere collettivamente solo.





Mia Castro

Mia è una scultrice cosmopolita di origine sud americano che lavora con il marmo e con il metallo. Ha vissuto in Paesi di tutto il mondo, come Bolivia, Italia, Asia, Nord e Sud America.

Quest sperienza le ha permesso di sperimentare vari punti di vista attingendo da differenti culture, capendo il significato della vita. L’unione tra differenti materiali quali pietra e metallo, rappresenta il futuro della sua generazione. Mia ritiene che attualmente così come nel futuro apparteniamo a differenti culture, lingue e religioni mescolate tra di loro. Le sue opere trattano i temi della fragilità della vita, del potenziale potere della natura e dell’essere vivi.





Silvio Giannini

Silvio Giannini nasce a Roma nel 1998. La sua passione per l’arte inizia fin da molto piccolo. Si diploma al Liceo Artistico di Roma e nel tempo prova svariate tecniche, dalla pittura ad olio alla grafica, dal disegno alla fotografia. La tecnica artistica con cui però riesce ad esprimersi al meglio è sicuramente il disegno, con la quale realizza quasi tutti i suoi lavori.

Nelle sue opere usa esclusivamente grafite, pastello e carboncino su carta.

I disegni che realizza sono tutti in bianco e nero, al momento non sente il bisogno del colore, ma si interessa esclusivamente alle forme.

Da tempo incentra la sua ricerca artistica sul tema del ritratto, che utilizza come specchio della società e della natura dell’essere umano. In questi ritratti, nonostante siano realizzati con meticolosa precisione, alcuni elementi risultato sempre sfuggenti, come ad esempio lo sguardo, spesso assente o celato. Lo stesso succede nei suoi ritratti “mutilati”, dove il corpo ha perso la sua integrità e mostra sulla sua superficie la tragica condizione dell’uomo contemporaneo, che vive in una interminabile “notte del mondo”, talmente buia da non permettere più a nessuno di capire di star vivendo nell’oscurità.

Nonostante egli crea opere di un realismo disarmante, aspetto che colpisce immediatamente lo spettatore, ciò che lo interessa maggiormente non è il guardare soltanto con la vista, ma anche, e soprattutto, con la mente. Pone infatti particolare attenzione ai titoli delle sue opere, cercando così di avvicinare lo spettatore al significato dietro il disegno, permettendogli di creare un percorso attraverso le varie opere. Non gli interessa comunicare le proprie sensazioni, o comunque qualcosa di esclusivamente personale, ma cerca di trattare temi che possano avere un significato per tutti.

Il processo lungo e meticoloso che si trova dietro ad ogni sua opera diventa per se stesso una sorta di processo terapeutico. Ad estensione dell’illusione visiva temi come, il rapporto dell’uomo con la sua natura, con la società di massa e con la morte, sono sicuramente centrali nei suoi lavori.

Attualmente studia Grafica Editoriale all’Accademia di Belle Arti di Roma.





David Bebiano

David Bebaino, è uno Scultore di New York, egli è un Cosmopolita ed ha una mentalità versatile.

“Sono nato nel 1973, non ho avuto un approccio con l’arte fino all’età di 33 anni, era l’inverno del 2006.

Il mio ingresso nel mondo artistico è avvenuto a con una rottura netta dalla mia vita precedente, lasciai il mio lavoro con un pacchetto di sigarette e una bottiglia di Tequila. Imparai come saldare quello stesso giorno, e da allora non ho mai smesso di farlo. Adesso 11 anni più tardi, sono ancora qua, con lo stesso entusiasmo che avevo quel primo giorno.”

Nei suoi lavori astrattamente espressivi David usa un approccio di altri tempi per creare sculture di bronzo, usando la saldatura del gas oxyacetylene e la colata di cera persa. Ogni sua scultura è fatta completamente a mano, usando tecniche tradizionali sia nelle opere in metallo sia in colata.

Naturalmente, il suo stile artico adesso è cresciuto in parallela al percorso di vita che egli ha scelto – identificandosi con varie culture, ideologie, stili ed influenze. Avendo attualmente una prospettiva più ampia, in opposizione allo stile puramente astratto che David un tempo difese, ora egli sembra seguire il filo logico dello stile di vita che ha scelto di adottare. “ La mente controlla il corpo – c’è troppo da imparare e da creare i questo mondo, per una mente dinamica, imporsi una sola ideologia per me è totalmente ridicolo, questa per me è la definizione di tortura dello spirito”

Mentre combatteva per il successo NYC, egli non si dimenticò mai dell’Europa.

Influenzato dallo storie di Parigi negli anni ’20, l’immaginario di Montmartre, il cubismo, il futurismo italiano, l’avanguardismo Russo, il costruttivismo e il Suprematismo.

Durante gli anni passati egli ha viaggiato tanto, esponendo i suoi lavori in diverse gallerie e fondazioni in giro per l’Europa.

David sta pensando di trasferirsi in Italia in un prossimo futuro per continuare la sua ricerca artistica.





RELIQUIART

Marco Rubbera ed Enrico Mancini, coppia di artisti emergenti, studenti all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Il loro progetto artistico esplora principalmente il campo della scultura e installazione.

Ogni opera è accompagnata da uno scritto di Alessia Gandini, giovane scrittrice che traduce le loro opere in parole. La ricerca artistica del Marco ed Enrico volge alla sperimentazione di resine e tessuti.

Le opere sono frutto di una ricerca artistica ancora aperta, che tenta di indagare le sfere esistenziali di identità, temporalità e spiritualità. Con un intento di immedesimazione universale, l’interpretazione dell’opera lascia libera la riflessione su sé stessi come esseri umani all’interno del divenire del mondo. Tenendo sempre presente un’estetica di tipo classica, le statue sviluppano un’analisi riguardo il corpo umano, il panneggio, le trasparenze, la luce, che attraverso l’uso di una moderna tecnica di realizzazione, non rinunciano all’innovazione.Il tessuto è concepito come seconda pelle del corpo, la cui desunta figura nuda è rappresentativa dell’esistenza. Il significato risiede dunque nel velo, il velo di ciò che siamo, che siamo stati e saremo per gli altri, facendosi carico di diventare ricordo, Reliquia.